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venerdì 18 maggio 2012
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Luca Giaccio “sogno di tornare a danzare…”

closeQuesto articolo è stato pubblicato 1 anno 5 mesi 24 giorni fa quindi alcuni contenuti o informazioni presenti in esso potrebbero non essere più validi.

Luca GiaccioIntervista a Luca Giaccio

Ricordi esattamente il momento preciso in cui hai deciso di diventare un danzatore?

In realtà all’inizio non ero molto entusiasta di studiare danza. Ho iniziato a studiare ginnastica all’età di quattro anni, poiché i miei avevano una palestra. Dunque dai quattro agli otto anni ho studiato esclusivamente ginnastica artistica maschile, percorsi di velocità accompagnati da un po’ di danza moderna per affinare il movimento. Mia madre mi preparava solo da un punto di vista atletico, per la danza moderna c’era un’insegnante di nome Adele Marone e fu lei a dirmi che avevo un bel movimento e si propose di accompagnarmi a fare l’audizione alla Scuola di Ballo del Teatro San Carlo di Napoli. Ricordo che quando andai a fare l’audizione non stavo bene, avevo avuto una polmonite e quando entrai in teatro quegli otto piani mi sembravano di un grattacielo. Ricordo perfettamente le scale ed un camerino enorme, avevo otto anni ed ero l’unico bambino a fare l’audizione quel giorno. Ci fecero fare gli esercizi e quando iniziai a fare i salti in prima, all’ultimo salto non riuscii a trattenere la tosse e la direttrice mi disse che andava bene così. Questo è il ricordo più intenso che ho di quegli inizi.

 

Hai scelto la danza o la danza ha scelto te?

Penso di aver scelto io la danza, col mio corpo ancor prima che con la mente, e per questo quell’insegnante mi notò.

Se non fosse stata questa la tua scelta, che tipo di vita avresti immaginato per te?

Penso che dopo aver studiato al Liceo Artistico Maiorana di Monteruscello, che è un piccolo paesino in provincia di Napoli dove vive la mia famiglia, avrei comunque continuato i miei studi, intraprendendo l’Università ed avrei scelto la Facoltà di Scienze Motorie, perché ero comunque attratto dal movimento, dallo sport. Questo progetto penso tuttora di portarlo avanti, perché voglio specializzarmi in questo senso ed acquisire un vero e proprio titolo. La mia vita sarebbe stata forse più “normale”, perché si può dire che la vita di un danzatore in un certo senso non lo sia e questo lo vedo ad esempio quando esco con amici che sono al di fuori di questo mondo e che spesso non lo comprendono. È difficile spiegare questo tipo di lavoro a chi non ne fa parte.

I momenti salienti del tuo percorso artistico…

Il momento più importante credo sia stato quando la direttrice della Scuola di Ballo del Teatro San Carlo, la signora Anna Razzi, ha ricevuto un premio a Roma nel 2005 e mi ha presentato insieme ad altri danzatori per danzare la suite de La Bella Addormentata. Il premio era consegnato dal Maestro Alberto Testa, che poi ci fece tanti complimenti e disse che avrebbe voluto assegnarci il Premio Positano Léonide Massine per l’Arte della Danza, edizione 2006. Per me essere elogiato da un critico di danza del livello del Maestro Testa e ricevere un riconoscimento così importante proprio dalle sue mani, a soli 17 anni, è stato il mio primo sogno che si è realizzato. Un altro momento importante è stato quando ho sostenuto l’audizione qui in Spagna nel 2007 per entrare nella compagnia Corella Ballet Castilla y Léon. All’audizione si presentarono 750 danzatori e fu molto gratificante per me rientrare nei primi 50 ed essere poi scelto per far parte della compagnia. E poi quando Derevianko mi ha offerto di lavorare con lui al Maggio Fiorentino. In quel momento non ho potuto accettare perché avevo già accettato il contratto in Spagna, ma mi piacerebbe tanto un giorno avere la possibilità di rincontrarlo ed avere il privilegio di lavorare con un artista di altissimo livello come lui.

Altre esperienze particolarmente intense che ricordi…

La mia esperienza all’Opera di Roma sotto la direzione della Fracci. Ricordo che il primo giorno di lavoro ero impaurito, poiché la conoscevo solo danzatrice, in quanto all’età di otto anni avevo avuto la possibilità di ballare Chéri di Roland Petit al San Carlo in cui lei danzava con Murru. Io interpretavo Chéri da piccolo, dovevo solo entrare in scena con una sedia, salirci su, aspettare che lei si avvicinasse per darmi un bacetto ed uscire. A quell’età ovviamente non capivo nemmeno ancora se la danza sarebbe stata o meno la mia strada, ma ricordo che quando si apriva il sipario e la vedevo con una collana scintillante che brillava come nelle fiabe, mi appariva come una principessa. Anche tutte le scene d’amore di quello spettacolo mi sono rimaste molto impresse. Anche Murru fu bravissimo, lo trovo un ottimo danzatore, molto interprete. Quella è stata l’unica occasione in cui l’ho visto danzare dal vivo. L’Opera di Roma è stata la prima compagnia professionale in cui mi sono esibito dopo il Teatro San Carlo, dove, oltre ad essermi diplomato, ho partecipato a varie produzioni. È stata un’esperienza importante perché era la prima volta che ero lontano da casa e dalla mia città, in un ambiente completamente nuovo, ma lì sono stato accolto molto bene anche dagli altri danzatori.

Le persone più importanti per te in questo percorso?

Sicuramente i miei genitori, che mi hanno sempre seguito con amore. Avevo iniziato a studiare danza un po’ per gioco e i primi sei anni non ero molto consapevole, soprattutto perché per i primi tre anni di corso sono stato l’unico maschietto e mi annoiavo in mezzo a tutte donne. Al quarto anno sono arrivati anche altri ragazzi ed è iniziata un po’ di competizione, per cui mi sono dato una mossa, nel senso che comunque avevo capito che non era più un gioco ed ho acquisito la consapevolezza di avere il potenziale per andare avanti. Un’altra persona molto importante è stata Anna Razzi, che ha sempre creduto in me, mentre altri insegnanti pensavano che non ce l’avrei fatta neanche a diplomarmi. Da piccolo ero bassino e non avevo un fisico già plasmato come quello che ho sviluppato in seguito, ho anche ripetuto il terzo corso, quindi per me non è stato un percorso facile. Quando ho dovuto ripetere l’anno, avrei voluto lasciare tutto, addirittura volevo darmi al calcio, ma poi i miei mi spinsero a non abbandonare e ricordo che il primo giorno quando rientrai e la Razzi mi vide un po’ triste, mi chiamò in studio e mi disse che comunque si vedeva che, pur non avendo ancora il fisico, avevo l’espressività giusta e si capiva che comunque amavo la danza, così l’anno successivo mi passò al quarto corso. Col tempo ho avuto una trasformazione e, se sono dove sono oggi, lo devo soprattutto alle persone che hanno creduto in me.

Ormai da tre anni danzi col Corella Ballet. Com’è stato per te lasciare l’Italia?

Quando ho lasciato il Teatro dell’Opera di Roma ero pieno di timori, perché sapevo cosa lasciavo ma non sapevo a cosa andavo incontro, quindi era un’incognita per me. Era una compagnia che si formava in quel momento, dunque non avevo certezze, mi affidavo al prestigio del nome di Angel Corella e non ho sbagliato.  La prima cosa di cui ho risentito nel lasciare l’Italia è stato il distacco dalla mia famiglia. Vivendo all’estero da solo, quando torni a casa, non hai nessuno che ti aspetta. La vita di un danzatore è una vita molto solitaria, anche costruire relazioni è difficile, perché viaggiando sempre non c’è continuità. È difficile anche avere una vita privata, perché è complicato conciliarla con i ritmi che questo lavoro esige. Dunque posso dire che l’aspetto più duro del lavorare all’estero è stato proprio questo, il fatto di sentirmi a volte solo e questo, soprattutto nei momenti difficili o quando si ha una giornata un po’ negativa, è davvero pesante. Parlare al telefono non è lo stesso che sentire la presenza, dunque bisogna farsi coraggio da soli e credere molto in se stessi e in ciò che si è scelto per poter restare forti.

Com’è la tua vita in compagnia? Trovi ci siano molte differenze fra l’Italia e la Spagna?

La vita in compagnia qui ha i suoi aspetti positivi, che sono rappresentati dal lato artistico, ed i suoi lati negativi. Io vedo che in Italia basta pochissimo perché i danzatori facciano sciopero, ad esempio si sciopera per il linoleum strappato o per la mancanza di acqua calda. Grazie anche all’appoggio dei sindacati i danzatori in Italia sono più protetti. Noi qui lavoriamo anche in condizioni molto dure, questa è un po’ la differenza.

E trovi differenze nel modo di vedere la danza o nell’approccio del pubblico a quest’arte all’estero?

Noi viaggiamo molto in America ed ho notato che lì il pubblico è molto attento e caloroso, sempre pronto ad applaudire, ad incoraggiare i danzatori. Ti arrivano regali in camerino, ti fanno tanti complimenti anche se non sei un nome molto noto. C’è un’accoglienza diversa, un’altra apertura. In Europa è un po’ diverso, il pubblico è più freddo.

Qual è lo stile che più ti piace nella danza?

In generale mi piace molto lo stile drammatico, opere ricche di pathos come Romeo e Giulietta, Manon Lescaut, La Dame aux Camélias, Onegin. Dunque amo i passi a due molto intensi. Poi mi piace anche molto il balletto romantico in senso stretto, Il Lago dei Cigni, Giselle, Les Sylphides.

Con quali coreografi ti piacerebbe lavorare?

Mi piacerebbe un giorno avere il privilegio di poter danzare qualche coreografia di Jiří Kylián, John Neumeier, Hans van Manen, Mats Ek, Maurice Béjart, Nacho Duato.

Sei ancora molto giovane, cosa desideri e cosa immagini per il tuo futuro?

Desidero tante cose, soprattutto desidero il massimo da me stesso. Mi auguro di diventare un danzatore di alto livello, magari un principal.  E desidero anche che il sistema politico in Italia cambi rispetto alla danza, dando nuove possibilità a tanti bravi ballerini che ora sono costretti, come me, ad andar via, all’estero, perché non hanno possibilità nella loro città d’origine. Purtroppo accade sempre più spesso che danzatori con ottime basi, a causa di tanti impedimenti, non riescono a fare una carriera in Italia. Questo non dovrebbe più accadere. Poi un mio desiderio, che è anche un sogno, è ritornare un giorno a danzare al Real Teatro San Carlo di Napoli, esattamente da dove ho iniziato. È un teatro straordinario, non solo perché è casa mia, ma perché, avendo visto tanti teatri in tutto il mondo, posso dire che è un teatro stupendo, con una tradizione lunghissima che potrebbe davvero essere al primo posto a livello internazionale.

Una frase per salutarci…

Lo dico in spagnolo: “espero en un mundo mejor para todos los artistas”.

Lorena Coppola

Foto di Fernando Bufalá

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