SADEH 21

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SADEH 21

Aspettando Godot in danza

di Carla Di Donato

Cosa vuol dire sadeh? Campi: fisici, mentali, sonori, psicologici, esplorati, creati, penetrati ed evocati dalla compagnia israeliana Batsheva Dance Company in quella splendida celebrazione della danza che è Sadeh 21, l’ultima creazione coreografica del direttore artistico Ohad Naharin presentata per RomaEuropa Festival in collaborazione con Torino Danza.

A Roma, in un Auditorium della Conciliazione colmo fino all’ultimo ordine di posto, i diciotto danzatori di Batsheva danno vita ad un’odissea del corpo, come l’ha definita Naharin stesso (richiamando quella nello spazio di Stanley Kubrick), che si apre e si chiude con un’abbagliante carrellata di assoli, per fare poi spazio a duo, scene di gruppo e/o d’insieme con moltiplicazione, intersezione e prismaticità dei piani di una purezza, e bellezza illimitate, oltre che di altissimo livello. Pari a quello tecnico-espressivo dei danzatori, di un’esattezza assoluta, ed alla loro potenza, precisione, vorticosità e flessuosità, nell’esecuzione come nel ritmo e nel ‘legato’ che anima il movimento e rende la danza ora ironica, ora violenta, ora romantica, ora politica, se si vuole (di ribellione e di lotta). Ma…dove nasce ‘questa’ danza? Nel laboratorio creativo di Naharin e compagni regna, come dichiara lo stesso direttore artistico, la santissima trinità: la passione, il talento unito alla tecnica, ed il potere dell’immaginazione, che vuol dire che nel loro lavoro invenzione e scoperta spesso coincidono. Grazie ad un quotidiano allenamento basato sulle tecniche del Gaga, infatti, i danzatori di Batsheva conducono una particolare ricerca sulle infinite possibilità del movimento e sullo sviluppo della propria sensibilità. E’ così che possono partecipare attivamente al processo di composizione creativa ed esprimersi individualmente in occasione dell’annuale Batsheva Dancers Create Project. La tecnica Gaga – esplorazione del corpo e presa di coscienza del movimento che arriva a scoprire come anche il minimo gesto abbia un’eco, e coinvolga quindi muscoli, tendini, sangue, nervi lontanissimi – viene sviluppata da Naharin dopo un serio incidente alla schiena e diventa la cifra stilistica di Batsheva. Quindi se il movimento si inventa ed ogni danzatore deve indagare e scoprire il proprio movimento, la composizione coreografica diventa spazio d’invenzione, di studio e di interesse.

Sadeh 21 è uno spettacolo articolato perciò in 21 campi, che interessano singole tematiche: sociali, politiche, umane. Ogni danzatore le indaga con il proprio corpo attraverso la coreografia, a tratti tellurica o dilatata – incredibile in questo spettacolo quanto conti la presenza dell’assenza attraverso l’addensamento e la rarefazione di corpi, colori, suoni, musica e luci – sempre in bilico tra fortissime accelerazioni ed altrettanto potenti decelerazioni. Danza astratta, pura, che, unita al gioco delle luci di Avi Yona Bueno ed ad una colonna sonora dal battito sistolico (che spazia da David Darling a Brian Eno alle musiche di Angelo Badalamenti per il film di David Lynch Mulholland Drive), produce una pulsazione sismica che colpisce lo spettatore direttamente nel suo organismo psico-fisico. E’ così che da odissea del corpo diventa odissea dell’individuo, quella che ognuno di noi scopre dentro di sé. I danzatori di Batsheva si muovono all’interno di una scenografia essenziale, astratta, costituita da un rettangolo (o capsula? Kubrick ritorna…) bianco, composto da una serie di moduli bianchi rettangolari accostati in verticale sia ai due lati sia come ‘sfondo’. Da semplice ‘fondale’ però quei moduli neutri si trasformano in un ‘muro’, che quindi li ha racchiusi fino a quel momento, in un finale senza fiato…

E senza parole. Metaforico, simbolico, della società e/o della condizione umana, leggi universale: uno dopo l’altro i corpi (i danzatori) salgono in cima al muro, appunto, per poi…cadere giù…e lanciarsi nel vuoto.

Singolare come a metà di questa scena finale il pubblico capitolino abbia iniziato all’unisono un applauso fitto e continuo che, senza soluzione di continuità, ha accompagnato i corpi in caduta, fino all’ultimo. Finché non si sono riaccese le luci…e lo scorrere quotidiano del tempo, e della vita di ognuno, è ri-preso. Nessuno dei danzatori è più ri-apparso in scena. A sigillo di questo stupefacente… Aspettando Godot in danza.

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