Questo articolo è stato pubblicato 7 mesi 5 giorni fa quindi alcuni contenuti o informazioni presenti in esso potrebbero non essere più validi.SADEH 21
Aspettando Godot in danza
di Carla Di Donato
Cosa vuol dire sadeh? Campi: fisici, mentali, sonori, psicologici, esplorati, creati, penetrati ed evocati dalla compagnia israeliana Batsheva Dance Company in quella splendida celebrazione della danza che è Sadeh 21, l’ultima creazione coreografica del direttore artistico Ohad Naharin presentata per RomaEuropa Festival in collaborazione con Torino Danza.
A Roma, in un Auditorium della Conciliazione colmo fino all’ultimo ordine di posto, i diciotto danzatori di Batsheva danno vita ad un’odissea del corpo, come l’ha definita Naharin stesso (richiamando quella nello spazio di Stanley Kubrick), che si apre e si chiude con un’abbagliante carrellata di assoli, per fare poi spazio a duo, scene di gruppo e/o d’insieme con moltiplicazione, intersezione e prismaticità dei piani di una purezza, e bellezza illimitate, oltre che di altissimo livello. Pari a quello tecnico-espressivo dei danzatori, di un’esattezza assoluta, ed alla loro potenza, precisione, vorticosità e flessuosità, nell’esecuzione come nel ritmo e nel ‘legato’ che anima il movimento e rende la danza ora ironica, ora violenta, ora romantica, ora politica, se si vuole (di ribellione e di lotta). Ma…dove nasce ‘questa’ danza? Nel laboratorio creativo di Naharin e compagni regna, come dichiara lo stesso direttore artistico, la santissima trinità: la passione, il talento unito alla tecnica, ed il potere dell’immaginazione, che vuol dire che nel loro lavoro invenzione e scoperta spesso coincidono. Grazie ad un quotidiano allenamento basato sulle tecniche del Gaga, infatti, i danzatori di Batsheva conducono una particolare ricerca sulle infinite possibilità del movimento e sullo sviluppo della propria sensibilità. E’ così che possono partecipare attivamente al processo di composizione creativa ed esprimersi individualmente in occasione dell’annuale Batsheva Dancers Create Project. La tecnica Gaga – esplorazione del corpo e presa di coscienza del movimento che arriva a scoprire come anche il minimo gesto abbia un’eco, e coinvolga quindi muscoli, tendini, sangue, nervi lontanissimi – viene sviluppata da Naharin dopo un serio incidente alla schiena e diventa la cifra stilistica di Batsheva. Quindi se il movimento si inventa ed ogni danzatore deve indagare e scoprire il proprio movimento, la composizione coreografica diventa spazio d’invenzione, di studio e di interesse.
Sadeh
E senza parole. Metaforico, simbolico, della società e/o della condizione umana, leggi universale: uno dopo l’altro i corpi (i danzatori) salgono in cima al muro, appunto, per poi…cadere giù…e lanciarsi nel vuoto.
Singolare come a metà di questa scena finale il pubblico capitolino abbia iniziato all’unisono un applauso fitto e continuo che, senza soluzione di continuità, ha accompagnato i corpi in caduta, fino all’ultimo. Finché non si sono riaccese le luci…e lo scorrere quotidiano del tempo, e della vita di ognuno, è ri-preso. Nessuno dei danzatori è più ri-apparso in scena. A sigillo di questo stupefacente… Aspettando Godot in danza.
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